Problemi di socializzazione e bassa autostima migliorano i modelli interpersonali dei disturbi dell’alimentazione: evidenze da un campione clinico

I modelli interpersonali specifici per i disturbi dell’alimentazione si basano sulla premessa che l’ansia relativa a situazioni sociali è centrale nel mantenimento della psicopatologia. In particolare, la psicoterapia interpersonale dei disturbi dell’alimentazione (IPT-ED; Rieger et al., 2010) sostiene che la valutazione sociale negativa, definita come un effettivo o percepito feedback negativo dall’altro sul proprio valore, sia centrale nel mantenimento dei sintomi dei disturbi dell’alimentazione. Il modello ipotizza che la valutazione sociale negativa favorisca bassa autostima e stati emotivi negativi che a loro volta innescano i sintomi del disturbo dell’alimentazione che, con un meccanismo ricorsivo, creano un circolo vizioso di mantenimento. La teoria da cui deriva l’IPT-ED si basa sul modello interpersonale dell’abbuffata (Wilfley et al., 2000), con cui condivide l’ipotesi di una relazione indiretta fra problemi interpersonali e sintomi dei disturbi dell’alimentazione attraverso stati emotivi negativi. La IPT-ED però indica la valutazione sociale negativa come uno specifico problema interpersonale che gioca un ruolo chiave nel mantenimento della psicopatologia, mentre il modello interpersonale dell’abbuffata fa riferimento a difficoltà interpersonali generiche. Inoltre la bassa autostima è considerata una variabile di mediazione centrale dall’IPT-ED mentre, sebbene ciò sia teoricamente accettato anche dal modello interpersonale dell’abbuffata, gli studi empirici del modello hanno trascurato l’autostima e si sono concentrati unicamente sul ruolo degli stati emotivi negativi.

Un recente studio australiano (Raykos et al., 2017), utilizzando modelli di equazione strutturale ha investigato le relazioni dirette e indirette fra tutti i fattori proposti dall’IPT-ED e ha confrontato l’IPT-ED con il modello interpersonale dell’abbuffata per valutare il relativo potere esplicativo dei due modelli in un campione clinico transdiagnostico con disturbi dell’alimentazione. Uno scopo secondario dello studio è stato fare chiarezza riguardo al ruolo della sintomatologia ansiosa e depressiva all’interno dei modelli interpersonali. Gli autori hanno ipotizzato relazioni dirette e indirette fra tutti gli elementi dei due modelli esaminati.

306 partecipanti (97,7% F) che ricercano un trattamento per un disturbo dell’alimentazione, sono stati reclutati. Il campione ha un’età media di 24.7 anni (DS 8.1) ed è transdiagnostico (AN 18,8%; BN 41.2%; EDNOS (no BED) 39,6%). Inoltre il 53% del campione soddisfa i criteri per la comorbilità con un disturbo dell’umore o d’ansia.

Sono stati somministrati questionari per valutare la psicopatologia del disturbo dell’alimentazione (EDE-Q), la bassa autostima (RSE), l’ansia e la depressione (DASS-D e DASS-A) e i problemi interpersonali (IIP-32).

I risultati indicano che maggiori problemi di socializzazione sono associati a bassa autostima, a sua volta associata a maggiore ansia e depressione, associate a maggiori sintomi del disturbo dell’alimentazione. E’ risultato significativo il legame diretto fra bassa autostima e sintomi del disturbi dell’alimentazione ma non quello fra problemi di socializzazione e sintomi del disturbo dell’alimentazione. Il legame diretto fra depressione e sintomi del disturbo dell’alimentazione non era significativo mentre era significativo il legame diretto fra ansia e tali sintomi. Tutti i modelli che comprendevano il fattore “valutazione sociale negativa” hanno ottenuto un più alto adattamento rispetto ai modelli che includevano difficoltà interpersonali generiche.

Gli autori sottolineano che, coerentemente con entrambi i modelli, lo studio avvalora l’ipotesi di una relazione indiretta significativa fra problemi di socializzazione e sintomi del disturbo dell’alimentazione, mediata dalla bassa autostima e dall’ansia. Inoltre includendo la bassa autostima e usando il fattore problemi di socializzazione, anziché il fattore difficoltà interpersonali generiche, migliora l’adattamento del modello e si spiega una maggior proporzione di varianza nei sintomi del disturbo dell’alimentazione, in linea con l’IPT-ED. Diversamente da quanto ipotizzato da entrambi i modelli invece, i risultati non supportano relazioni dirette tra problemi di socializzazione e sintomi del disturbo dell’alimentazione.

Sebbene questi risultati implichino che i modelli interpersonali possano essere migliorati concentrandosi su particolari difficoltà di socializzazione, occorre tenere presente che il fattore valutazione sociale negativa potrebbero aver risentito del metodo di misurazione. Infatti, la sottoscala dell’IIP32 non valuta direttamente le ragioni sottostanti a queste difficoltà, che potrebbero quindi essere generali o specifiche alla valutazione del corpo.

La ricerca futura utilizzando misure che valutino i motivi sottesi ai problemi di socializzazione potrà migliorare la comprensione dei meccanismi che legano tali difficoltà ai sintomi del disturbo dell’alimentazione.

Per quanto riguarda il secondo scopo dello studio, ovvero la valutazione del ruolo degli stati emotivi negativi, l’ansia è stata direttamente associata ai sintomi del disturbo dell’alimentazione, la depressione no (se non indirettamente attraverso la bassa autostima). Ancora una volta, però, lo studio non permette di trarre conclusioni sulla precisa natura dell’ansia.

Se replicati, i risultati di questo studio, possono avere implicazioni sull’IPT, che è uno dei trattamenti evidence-based per i disturbi dell’alimentazione. Infatti se la relazione fra i problemi di socializzazione e i sintomi del disturbo dell’alimentazione è indiretta e mediata dall’autostima e dall’ansia, ciò può aiutare i clinici a identificare meglio i problemi target da affrontare nell’IPT per risolvere con maggiore efficacia la psicopatologia del disturbo dell’alimentazione.

Tuttavia, sebbene questi risultati forniscano un supporto iniziale per il modello IPT-ED in un campione transdiagnostico con un disturbo dell’alimentazione, lo studio presenta alcuni limiti. Innanzitutto il disegno cross-sectional non permette di trarre conclusioni sulla direzionalità delle relazioni e di cogliere la natura dinamica dei cambiamenti delle variabili nel tempo. Inoltre, dato il ruolo importante che l’autostima riveste in entrambi i modelli, appare incompleto il suo studio, in quanto nessun modello preso in esame l’ha considerata una variabile di partenza, ovvero una variabile potenzialmente in grado di determinare problemi di socializzazione e non necessariamente una variabile conseguente a tali difficoltà interpersonali.

Future ricerche potranno usare valutazioni in diversi tempi per fornire evidenza alla causalità delle relazioni e la precedenza temporale fra le variabili e potranno dimostrare se affrontare i meccanismi di mantenimento teorizzati (come la bassa autostima, l’ansia e la valutazione sociale negativa) possa migliorare l’efficacia degli interventi interpersonali per i pazienti con disturbi dell’alimentazione.

 

  • Rieger, E., Van Buren, D. J., Bishop, M., Tanofsky-Kraff, M., Welch, R., & Wilfley, D. E. (2010). An eating disorder-specific model of interpersonal psychotherapy (IPT-ED): Causal pathways and treatment implications. Clinical Psychology Review, 30, 400–410.

 

  • Wilfley, D. E., MacKenzie, K. R., Welch, R. R., Ayres, V. E., & Weissman, M. M. (2000). Interpersonal Psychotherapy for Group. New York: Basic Books;

 

  • Raykos, B. C., McEvoy, P. M., & Fursland, A. (2017). Socializing problems and low self‐esteem enhance interpersonal models of eating disorders: Evidence from a clinical sample. International Journal of Eating Disorders.